Perché anche chi sa fotografare ha bisogno di uno sguardo esterno
di Jacopo Scarabelli | | 4 min di lettura

In breve
- Quando hai piena padronanza del mezzo, il limite non è più tecnico: è riuscire a leggere le tue fotografie per quello che sono.
- Chi scatta è legato all'emotività del momento: ricorda il freddo, l'attesa, l'incontro. Uno sguardo esterno vede solo ciò che è nell'inquadratura, ed è quindi imparziale.
- Il consenso social, distratto e superficiale, ci illude di essere bravi fotografi quando siamo solo bravi a scattare belle foto. Uno sguardo esterno rimette in moto l'autocritica.
- Essere seguiti significa anche essere valorizzati: qualcuno che riconosce i tuoi punti di forza, ti aiuta a scegliere e a dare un senso al tuo lavoro.
Quando la tecnica non è più il problema
C'è un momento, nel percorso di chi fotografa, in cui la fotocamera smette di essere un ostacolo. Esposizione, messa a fuoco, composizione, post produzione: tutto è sotto controllo. Ed è proprio lì che molti si fermano, perché le domande cambiano e non hanno più risposte tecniche.
Quali sono le mie fotografie migliori? Che cosa sto raccontando? Questa serie sta in piedi? Sono domande a cui è difficile rispondere da soli, per un motivo molto semplice.
L'emotività dello scatto
Ogni fotografia che scatti si porta dietro tutto quello che c'era intorno: il freddo, l'attesa, la fatica per arrivare lì, la persona che hai incontrato, la soddisfazione di avercela fatta. Quando la riguardi, tu vedi tutto questo. Chi la guarda per la prima volta no.
È per questo che spesso ci affezioniamo a foto deboli e scartiamo foto forti: le giudichiamo con la memoria, non con gli occhi. Non è un difetto, è il modo in cui funzioniamo.
Uno sguardo esterno non ha quella memoria. Vede solo ciò che è dentro l'inquadratura, ed è quindi imparziale. Ed è esattamente lo stesso punto di vista che avrà chiunque guarderà il tuo lavoro: una giuria, un editore, un curatore, il pubblico di una mostra.
La trappola dei social
Oggi la maggior parte di chi fotografa cade in una trappola molto comoda: quella del consenso social. Pubblichi una foto, arrivano i like, i cuori, i "che bella". È piacevole, ed è anche il motivo per cui è pericoloso.
Il consenso popolare è distratto e superficiale: dura il tempo di uno scorrimento, premia ciò che colpisce subito e raramente ciò che ha un senso. Ci illude di essere dei bravi fotografi, quando in realtà siamo solo diventati bravi a scattare belle fotografie. Sono due cose diverse: una bella foto si dimentica in un secondo, un lavoro fotografico resta.
Il problema non sono i like, è quello che fanno alla nostra autocritica. Se tutto quello che pubblichiamo piace, smettiamo di chiederci se funziona davvero, se racconta qualcosa, se è nostro. E l'autocritica è fondamentale per crescere.
Spesso è proprio uno sguardo esterno a sconvolgere le certezze che avevamo costruito sul consenso. Non per demolire, ma per rimettere in moto una domanda che i like avevano spento: questa fotografia, al di là del fatto che piace, che cosa dice?
Imparziale non vuol dire distante
Essere seguiti non significa ricevere un voto. Uno sguardo esterno utile conosce le tue intenzioni, il tuo percorso, quello che vuoi ottenere, ma non è condizionato dal ricordo dello scatto. Può dirti con serenità che una fotografia non funziona, e soprattutto può dirti perché un'altra funziona.
È qui che entra in gioco la parte che si sottovaluta di più: essere valorizzati. Spesso chi fotografa da anni non si accorge dei propri punti di forza, perché li dà per scontati. Chi ti guarda da fuori li riconosce, e ti aiuta a costruirci sopra.
Selezionare è già raccontare
Scegliere quali fotografie tenere, in che ordine metterle, quali togliere anche se ti piacciono: l'editing è una parte della fotografia, non un passaggio finale. Un progetto si regge spesso più su ciò che hai avuto il coraggio di escludere che su ciò che hai incluso.
Ed è il momento in cui lo sguardo esterno serve di più, perché è il momento in cui l'emotività pesa di più.
Prima di scattare: la pre produzione
Lo sguardo esterno non serve solo dopo. Serve anche prima, quando un progetto è ancora un'idea: capire che cosa vuoi raccontare, guardare come lo hanno fatto altri autori, preparare le uscite in modo che ogni scatto abbia un senso. È il lavoro del Corso di pre produzione (Level 4): quattro lezioni per dare ordine e identità alla propria fotografia, senza nemmeno prendere in mano la fotocamera.
Durante e dopo: un progetto seguito one-to-one
Quando l'idea c'è e vuoi portarla fino in fondo, serve un accompagnamento più lungo. Il Corso Pro (Level X) è un percorso one-to-one di cinque incontri in quattro / sei mesi: ricerca e ideazione, preparazione delle uscite, un periodo di scatto in autonomia, poi analisi delle foto, editing e preparazione del progetto per contest, editori e mostre. Prima di iniziare facciamo insieme una valutazione personale.
Come scegliere chi ti guarda
- Non un amico che ti dice "bella". L'affetto è prezioso, ma non è uno sguardo imparziale.
- Qualcuno che pubblica ed espone. Chi conosce contest, editori e mostre sa come verrà letto il tuo lavoro.
- Qualcuno che guarda il progetto, non lo scatto singolo. Una bella foto non fa un racconto.
- Qualcuno che non ti chiede di fotografare come lui. Lo scopo è far crescere il tuo sguardo, non replicarne un altro.


